Per le persone queer,* la Chiesa spesso diventa un luogo asfissiante. Porte chiuse, anzi a volte sbattute in faccia. Cuori chiusi all’ascolto. Nella mia pastorale come sacerdote, purtroppo, tocco per mano le ferite che — a volte — vengono causate da questo.
A volte la Chiesa sorprende. Sorprende per la capacità di ampio respiro, e di una profondità di pensiero serio, che non si lascia inscatolare in degli schemi. Questi giorni del tempo Pasquale, dove leggiamo il libro degli Atti, ci può offrire esempi concreti di come la prima Chiesa, dopo la Pentecoste, invece dei chiudersi in stanza (come fece prima, per paura), esce, e si trova, sotto la guida dello Spirito, a dover confrontarsi con i propri schemi, ed aprire i propri orizzonti.
Quattro giorni fa, la Segreteria Generale del Sinodo ha pubblicato, tra l’altro, il Rapporto finale del Gruppo di studio no. 9: Criteri teologici e metodologici sinodali per il discernmento condiviso di questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti. Tra le varie questioni “emergenti” parla anche delle persone “omosessuali” (avrei preferito un altro termine, ma vabbé …), tema spesso ostico nella Chiesa.
- Segreteria Generale del Sinodo: tutti i rapporti finali (link esterno)
- Sintesi del lavoro, documenti in inglese e italiano, e le testimonianze in inglese (link esterno)
- Rapporto finale del Gruppo di studio no. 9. Testo integrale, in italiano (link esterno).
Non cercherò di farne una sintesi, né di raccontarvelo tutto. Vale la pena leggerlo. Faccio solo tre piccole sottolineature.
Questioni “emergenti”
Intanto, cominciamo da nome del documento. Le questioni “emergenti” prima erano chiamate questioni “controverse”.
Man mano che proseguiva il proprio lavoro, il Gruppo ha maturato la convinzione di riformulare terminologicamente le questioni “controverse” in questioni “emergenti”. Mentre la formula “questioni controverse” rinvia al piano teorico e alla necessità della “soluzione di un problema”, l’espressione “questioni emergenti” rimanda invece alle qualità, alle disposizioni e al dialogo disponibile alla “conversione relazionale”, che l’intero Popolo di Dio è chiamato ad assumere nel cammino della Chiesa sinodale.
Gruppo di studio n.9 – Sintesi
Ah! Un respiro diverso.
Nel rapporto finale stesso, è anche espressa così:
Le riflessioni via via maturate, e qui sinteticamente richiamate, hanno messo in rilievo infine un’istanza che abbiamo ritenuto di significato fondamentale per l’istruzione del compito affidatoci. Si tratta di questo: il riconoscimento delle questioni che oggi consideriamo come “controverse” può rappresentare, in positivo, l’emergere di esperienze che sollecitano la Chiesa a cogliere ed esprimere, a un livello inedito e più profondo, il suo stesso appropriarsi e declinare nell’oggi della storia, e nella diversità dei contesti e delle situazioni, il messaggio di sempre del Vangelo a tutti destinato.
Rapporto, p. 5-6.
Mettersi in ascolto
Il rapporto non cerca di offrire risposte immediate e preconfezionate. Si mette in ascolto. Parte di questo ascolto sincero, vero è di ascoltare delle “Esperienze di persone omosessuali credenti”, che sono citate nel documento, ed incluse in appendice.
Questo tema dell’ascolto, naturalmente, è centrale a tutto il discorso del cammino sinodale — in tutti gli aspetti della Chiesa. A me, personalmente, mi è anche molto caro, perché per esperienza di vita ed esperienza pastorale ho imparato che non posso riuscire a cogliere gli altri, e camminare con loro, senza un ascolto vero, ascoltare per capire, e non per rispondere. Su questo tema del mondo queer poi, abbiamo molto da ascoltarci ed ascoltare. Quando in AGESCI abbiamo deliberato su questo in Consiglio Generale nel 2022 (mozione 55), la scelta condivisa era proprio quella di mettersi in ascolto delle esperienze di vita. Solo allora possiamo evitare di partire da risposte preconfezionate. Vedo che, allora, eravamo molto in sintonia con la Chiesa, forse più di quanto io potessi vedere allora.
Le esperienze incluse nel Rapporto finale raccontano anche del male che fanno le cosiddette “terapie riparative” (= conversion therapy) che “provocava l’effetto di disintegrare fede e sessualità.” (Tra l’altro, si questo ci sarebbe molto da dire anche sulla sessualità in generale, non solo per le persone queer).
Circolarità feconda tra teoria e prassi
Se non cerca di offrire risposte immediate e preconfezionate, cerca modi di “superare l’impasse”.
Il documento poi, invita ad un approfondimento dei passi biblici, ad un approfondimento del Magistero, specialmente per quello che riguarda l’antropologia umana (e su questo, giustamente, indica il documento Che cos’è l’uomo? della Pontificia Commissione Biblica). Il rapporto invita anche a cogliere l’esperienza vissute dalle persone.
Per me, il paragrafo più bello, perché offre una bussola per cercare la strada è questo:
Non si tratta di immaginare una strategia per nascondere le reali difficoltà o di forzare la mano per affermare una nuova dottrina: si tratta di partire dall’ascolto delle esperienze e di favorire pratiche pastorali ed ecclesiali di conoscenza reciproca, di collaborazione, di inclusione e dialogo tra i credenti. Perché è solo così che si può giungere, alla luce dell’esperienza vissuta e condivisa del Vangelo nella comunità cristiana, a pensare e promuovere il bene inscritto nelle esperienze e nelle pratiche. La posta in gioco, come ben si comprende, è di superare il modello teorico che fa derivare la prassi da una dottrina preconfezionata, “applicando” principi generali e astratti alle situazioni concrete e personali della vita. Si tratta, dunque, di ritrovare una circolarità feconda tra teoria e prassi, tra il pensiero e l’esperienza, riconoscendo che il pensiero teologico stesso procede dalle esperienze di bene che sono inscritte nel sensus fidei fidelium.
Rapporto, p. 26
Preghiamo, specialmente in questo tempo di preparazione alla Pentecoste, per l’apertura di cuore e delle menti, di essere docili allo Spirito Santo, che sempre ci sfida a superare i nostri schemi — qualsiasi essi siano.
Nota: Queer*: sulla terminologia si potrebbe discutere all’infinito, e non si trova mai un quadra. Almeno spiego la mia scelta. Io preferisco — come spesso nel discorso academico — di riappropriami di questo termine, che se nasce come un insulto (queer = stano, strambo), poi è stato adottato dalla stessa comunità per includere tutto ciò che esce dagli schemi “normali” e “normativi” del binario uomo-donna.
